martedì 24 novembre 2009

Chiusura Pubblicità Italia: il comunicato del Comitato di Redazione

Pubblicato da redazione


Riportiamo integralmente il Comunicato del CdR di Reed Business a seguito della notizia della probabile chiusura delle testate cartacee e il taglio di diversi giornalisti.

COMUNICATO SINDACALE

I giornalisti di RBI Italia denunciano il grave comportamento del vertice aziendale, in un momento delicato come quello di un’annunciata ristrutturazione aziendale.
I giornalisti di RBI Italia  denunciano il grave comportamento del vertice aziendale, rappresentato dall’ad Alessandro Cederle, affiancato dal capo del personale Stefano Borghesan, dal direttore finanziario Marco Levi e, sul fronte editoriale, dal neo eletto direttore responsabile unico Giovanni Danielli, in un momento delicato come quello di un’annunciata ristrutturazione aziendale.
Mentre con senso di responsabilità, lavoratori e sindacati (dopo l’annuncio da parte dell’azienda di voler procedere a una ristrutturazione aziendale, lo scorso 16 novembre) hanno atteso l’arrivo di un piano di ristrutturazione scritto, continuando a lavorare con discrezione e impegno, per proteggere credibilità e fatturati delle testate, l’ad ha unilateralmente reso pubblica alla stampa la situazione aziendale, con un’intervista ad Advexpress.it, un diretto concorrente di testate del portafoglio di RBI Italia, mettendo sotto pressione i sindacati in una trattativa mai iniziata, dal momento che nessun piano di ristrutturazione è stato presentato. Tentativo, questo, di accelerare il processo di ‘chiusura di un capitolo’ per l’azienda, che i lavoratori non intendono assecondare.
Il capitolo è quello di una gestione inefficiente del business. Una gestione che, negli anni di crescita del mercato basati sul buon andamento del settore editoriale (ottenuto con il grande lavoro e le sinergie di team editoriali e commerciali), è stata caratterizzata da grandi acquisizioni. Acquisizioni effettuate sia in settori diversi da quelli editoriali (in attività che pur avendo buoni risultati – ma bassi livelli di crescita – non consentono sviluppo consistente di volumi) sia in settori editoriali, che l’azienda non ha poi saputo valorizzare. A citare un caso è lo stesso ad, nella sua intervista: Pubblicità Italia trasformata da leader, al momento dell’acquisto, in testata che per l’azienda oggi non ha “un fatturato pubblicitario plausibile e una forte autorevolezza”.“Ovviamente, la crisi della raccolta pubblicitaria è alla base di tutto quello che sta accadendo”, ha detto Cederle ad Advexpress.
Può essere veramente solo colpa della crisi? Del calo della raccolta? E se la crisi fosse stata anticipata, accelerata e rafforzata da un’inadeguata gestione del business, così come da un’ancora scarsa conoscenza e confidenza da parte dell’ad con i prodotti pubblicati?
Nelle sue dichiarazioni alla stampa, Cederle, concentrandosi sulle testate del polo della comunicazione e in particolare su Pubblicità Italia, ha per esempio dimenticato di dire che una parte importante del portafoglio clienti della testata (come accaduto per altre importanti testate di RBI Italia) e, dunque, di fatturato pubblicitario, è rimasta ‘scoperta’ per quasi un anno: periodo nel quale, dopo le dimissioni dell’agente incaricata, l’azienda non è stata in grado di ricollocare il portafoglio, vuoi tra gli altri agenti operanti sulla testata, vuoi su uno nuovo. Ci chiediamo: dov’era il direttore commerciale (dallo scorso febbraio, ad interim, lo stesso Cederle) mentre clienti da centinaia di migliaia di euro si ritrovavano senza un riferimento in azienda? E quanto si sarebbe potuto guadagnare, invece, con una gestione diversa? E cosa è stato fatto sul fronte della gestione editoriale nei confronti di quello che un anno e mezzo fa fu definito il ‘polo della comunicazione’, comprendente anche lo storico brand ADV Strategie di Comunicazione (il cui risultato seppure negativo, attestandosi intorno al -27%, si trova sopra la media del mercato): polo nel quale un mensile, un settimanale, un quotidiano, premi e prodotti collaterali nelle intenzioni di RBI Italia che li aveva acquisiti (investendo poi in consulenze esterne per valorizzare e ottimizzare il sistema) dovevano diventare una forza propulsiva e moltiplicatrice dell’effetto dei brand, mentre l’azienda, oggi, nell’annunciare il ridimensionamento del portafoglio, li definisce ‘in concorrenza tra di loro’.
I giornalisti chiedono: come può accadere che l’ad, Alessandro Cederle, abbia speso milioni di euro per comperare dei brand che, solo due anni dopo – per sua stessa dichiarazione – hanno valore zero e vengono definiti ‘rami secchi’, con una media di decine e decine di migliaia di euro ‘bruciati’ mensilmente? Dove ha avuto origine l’errore? Nella valutazione dell’acquisizione? Nella gestione? In ogni caso è alla direzione aziendale, su queste come su tutte le testate oggi messe in discussione (e dalla cui vendita l’ad dichiara che “non si intende certo guadagnare”), che spetta una risposta, sempre a lei è imputabile la responsabilità e non ai dipendenti, che in tutto questo tempo hanno continuato con il massimo sforzo a lavorare per conservare qualità e credibilità ai brand di RBI Italia.
Guardando, poi, ai risultati complessivi di RBI Italia, i giornalisti domandano: che valore aggiunto si è creato per gli azionisti nel corso degli anni, avendo la società contratto un indebitamento finanziario superiore ai 10 milioni di euro, come si evince dal bilancio 2008? E con quali elementi Cederle può rassicurare e garantire il futuro prossimo dell’azienda agli azionisti, volendo dismettere metà del business, attestando così i fatturati su livelli inferiori ai 20 milioni di euro? Che futuro può avere una società che affronta il 2010 con un indebitamento pari alla metà del proprio fatturato, se non perché garantita dalla capogruppo? Con quale valore aggiunto per gli azionisti?
Inoltre, quanto ha inciso e ancora inciderà sul risultato operativo il ‘continuo’ ricorso a costi che dovrebbero essere straordinari, ad esempio di ristrutturazione, con un esodo incentivato che a livello manageriale è iniziato nel 2007 e ancora non vede la fine?
Quanto alle sfide future, poi, che dovrebbero permettere a RBI Italia di restare di interesse per RBI e RE, come dichiarato da Cederle alla stampa, l’azienda intende “cogliere le opportunità offerte dall’online”. Non l’online editoriale: i siti delle testate, infatti, sono stati dichiarati a rischio dall’ad. Un online di servizio sul quale i lavoratori si chiedono, però, quali siano le strategie, se è vero che all’oggi, in concreto, ciò che è stato fatto è puntare su Biziz, ennesima directory disponibile su Google, dove il gruppo con i suoi prodotti era peraltro già presente da tempo con HotFrog.
Infine, come politica del gruppo Reed Elsevier, già oggetto di ristrutturazione in tal senso, ci chiediamo che cosa si stia facendo per creare valore per gli azionisti nella gestione delle strutture presenti sul territorio di RBI Italia, se si stia operando una razionalizzazione e un’ottimizzazione che liberino risorse da dedicare allo sviluppo del business.
I giornalisti di RBI, infine, pur comprendendo la necessità di affrontare con responsabilità i sacrifici richiesti da un momento difficile come quello creato dalla crisi economica e ribadendo il loro impegno in questo senso, chiedono che anche il management – che in questi anni ha deciso linee di sviluppo e gestione dei prodotti – si assuma le proprie responsabilità di fronte alla collettività dei dipendenti, al management internazionale e agli azionisti.

Il Cdr e l’Assemblea dei Giornalisti di RBI Italia

Milano, 23 novembre 2009

Commenti

  • Le vite degli altri
    Mi chiamo Nuccio Barletta, sono un giornalista professionista, sono iscritto all’Ordine Professionale dal 7 giugno del 1977. Scrivo, anzi scrivevo, per due testate della Reed Business Italia, il mensile ADV e , ogni martedì, per il quotidiano on line Pubblicità Italia Today, curavo l’allegato Web Marketing Tools. Dico scrivevo, perché come probabilmente già saprete, l’amministratore delegato del gruppo, nel corso di un’intervista, ad un giornale della concorrenza, ha annunciato la chiusura delle testate. Ora, accade sovente, che un’intervista, soprattutto quando è concessa al tramonto di un venerdì di novembre, mese tra i più mesti dell’anno, sotto l’azione di tensioni emotive determinate dalla crisi della raccolta pubblicitaria, perde i suoi connotati giornalistici e assume quelli di un transfert psicoanalitico. L’amministratore delegato della Reed Business, presumibilmente, aveva ‘somatizzato’ , non da ora, ma da tempo, l’ansia legata alla gestione delle riviste, della linea Comunicazione, perché avvertite come estranee rispetto alle tradizioni editoriali della Reed. E pensare che, al tempo della loro acquisizione, la casa editrice di via Richard 1 aveva annunciato la costituzione di un grande ‘polo’ della Comunicazione. Ieri, dunque, grandi progetti e ambiziosi programmi, oggi l’annuncio della disfatta. Ora, per carità, può anche darsi che dietro l’intervista si celi una diabolica strategia. D’altronde, in Italia, i nipotini di Machiavelli costituiscono una genia prolifica. E, al cospetto di una grande strategia, secondo voi ci si può soffermare a pensare agli aspetti umani? Ovvero, ai tanti collaboratori che, in questi anni, hanno portato avanti le riviste, alle risorse che vi hanno dedicato, superando difficoltà di ogni tipo? Ma, suvvia i collaboratori sono ‘strumenti’ – anzi il management della Reed che se ne intende direbbe ‘tools’ fa più fine ed è, diciamolo, più Reed – beni strumentali come la carta e l’inchiostro delle stampanti. Non a caso, quando hanno acquisito ADV, non ci hanno voluto conoscere, nemmeno i curriculum hanno voluto e letto. D’altronde, scusate, voi al ‘toner’ della stampante chiedete il curriculum? I beni strumentali non mangiano, non hanno figli, non pensano ( perché a pensare ci sono loro, quelli della Reed) non hanno sentimenti, non hanno dignità umana e professionale. Insomma, come nella trama di quel bellissimo film, uscito qualche tempo fa, ambientato a Berlino Est, al tempo della Cortina di Ferro: Le vite degli altri, non persone, esseri umani, ma soggetti destinatari di intromissioni dure, implacabili e disumane in ogni attimo della loro vita esistenziale ed affettiva. Poi ci sono altri aspetti, magari economici. Ad esempio, da gennaio, venivamo pagati ogni 60 giorni. E ci è andata bene, perché la proposta era di 90 giorni, come con i fornitori di cancelleria. Un’altra mossa strategica anche questa, finanza aziendale creativa. Non saprei dirvi che fine faranno le riviste ADV e Pubblicità Italia e i loro siti. So per certo che si poteva e si doveva elaborare una strategia integrata e non è stata fatta. L’on line offriva altre possibilità e sono state colpevolmente ignorate. Ma, gli errori della Reed Business sono stati minuziosamente elencati nella sacrosanta nota del Comitato di Redazione, uscita oggi 24 novembre. La mia è un’iniziativa personale, ho portato, spero, una testimonianza di verità e mi auguro di coraggio, perché il vile muore sempre due volte.

    Grazie
    Nuccio Barletta

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